Il ciclo pasquale di Romagnese

Il ciclo pasquale di Romagnese

Nell’area montana delle Quattro Province, sono ancora molte le località che conservano rituali legati alla fine dell’inverno e all’arrivo della primavera. A Romagnese e nelle sue frazioni, in alta Val Tidone, nei giorni di Pasqua si svolge tutta una serie di attività in parte connesse alla liturgia cristiana, in parte derivanti forse da credenze di origine pagana, che conservano tuttora un buon livello di partecipazione popolare. L’aspetto più interessante di queste tradizioni è che, prese una per una, si rinvengono anche nelle valli limitrofe, ma solo a Romagnese è ancora possibile assistere ad un ciclo di festeggiamenti che si sviluppa così variamente su più giorni.

Il Giovedì Santo si tiene una prima processione, al seguito di una figura incappucciata che regge una grande croce di legno. Si tratta di un volontario, che sceglie di impersonare Gesù in via anonima quale forma di penitenza. La sera del Venerdì Santo, in concomitanza con la processione al termine della messa, nei pressi delle varie frazioni che circondano il capoluogo vengono accesi dei grandi falò. I fuochi, che sembrano richiamare rituali comuni a tutta l’area europea di influenza celtica, ardono illuminando la vallata, e in passato era piuttosto comune che si sviluppasse una vivace rivalità tra i vari gruppi, ognuno dei quali cercava di far sì che il proprio falò bruciasse più a lungo degli altri.

Il Sabato, gruppi di cantori e musicanti visitano i vari centri abitati del circondario intonando una sorta di canto di questua, chiamato “la Galina Griza”, per poi confluire verso la piazza di Romagnese dove ha luogo la festa vera e propria.

Girando tra le case, i cantori vengono omaggiati dalle varie famiglie con uova e bicchieri di vino, secondo un’usanza che si riscontra anche in altre vallate appenniniche: le uova raccolte durante la questua verranno cucinate in una grande frittata.
La Domenica di Pasqua è all’insegna delle consuete celebrazioni religiose.
Fotografie di:

Daniele Marioli
Valerio Maruffi 
Giacomo Turco

 

 

Vicino alle proprie radici

Fotografare l’Oltrepò dedicandosi solo al paesaggio significherebbe fare un torto alla gente che è l’anima del territorio ed è proprio grazie alla fotografia che ho avuto modo di conoscere e ascoltare storie belle, storie contadine, storie vive.
Nascere nel 2016 significa nascere lontano da quel mondo, lontano da quella vita e per come la penso, essere lontano dalle proprie radici non del tutto positivo.
Per questo motivo appena mi è possibile voglio fare incontrare generazioni così lontane nel tempo, ma che hanno così tanto da scambiarsi e raccontarsi.

Valerio Maruffi

Zenevredo, piccolo grande paese.

Zenevredo, appare per la prima volta in un atto di donazione al Vescovo di Pavia nel 976, intorno al 1100 viene citato un Castello o Castellaro, di importanza per la storia di questo paese fu la presenza delle monache di S.Maria di Teodota che possederono beni e giurisdizioni fino alla fine del feudalesimo nel 1797.

Oggi è un solare villaggio dedito all’agricoltura e alla viticoltura, che nei sui colli ben esposti e nel terreno ricco e fertile, si esprimono forti vitigni che regalano ottimi  vini e spumanti. 

I piatti tipici: La Polenta

Pulëinta e lat ingràsan il cülat.
Proverbio del vicino piacentino: Polenta e latte fanno ingrassare le natiche (in quanto nutrienti)
Un piatto che ha saziato e nutrito generazioni di contadini, che quando potevano permetterselo la condivano con qualche contorno saporito. Sicuramente tra i piatti tradizionali tipici più diffusi nelle nostre valli.
Non abbiamo perso l’occasione di fare due fotografie durante la preparazione di un bel pranzo in famiglia! 🙂

Per favore non scaricare le nostre fotografie. Contattaci!

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